Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia XV Edizione – Anno 2009

TESTO VINCITORE:

Ex-aequo a MITIGARE IL BUIO di Francesca Sangalli e UNA VITA SEMPLICE di Pierpaolo Palladino

FINALISTI:

TREZZA 70 di Sibilla Barbieri
IL SANGUE DI IMMA di Marcello Isidori
RISCHI DI FORMA di Bruno Enrico Longhini
I NEMICI di Francesco Mistretta
UNA VITA SEMPLICE di Pierpaolo Palladino
MITIGARE IL BUIO di Francesca Sangalli

Motivazioni della Giuria

 

MITIGARE IL BUIO di Francesca Sangalli

Marti, Alice e Benedetta sono tre giovanissime alle prese con l’eroina. Compagne di scuola, compagne di gioco, compagne nel presente, unica dimensione temporale che percorre il testo. Vivono in simbiosi e parlano in continuazione: di cinema, di cibo, di uomini, ma mai dei loro dolori. Fra loro non si apre mai lo spiraglio verbale che come un raggio di luce potrebbe aiutarle a sbirciare nel buio. Il buio interiore resta tale. E per sopravvivere, rimane l’eroina: lenimento all’angoscia, espiazione di colpe non formulate, surrogato di affetti familiari mancanti. In questa overdose di droga e di parole, il testo teatrale si corrompe, si sgretola, sconfina in altri generi letterari, diventa narrazione, flusso di coscienza fra il presente, il passato, il sogno, la realtà, il ricordo.
Il testo richiama alcune poetiche del teatro di Beckett, laddove l’assenza di senso del vivere è coperta dalle parole ossessive e la banalità del chiacchiericcio diventa l’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi, per riempire il tempo e il vuoto.
Mitigare il buio testimonia ancora una volta la tenace ricerca della Sangalli di un drammaturgia nuova che non solo nei contenuti, ma soprattutto nella forma, diventi epifania del nostro sentire postmoderno.

 

UNA VITA SEMPLICE di Pierpaolo Palladino

Le contraddizioni, le aspirazioni e i drammi della vita, visti attraverso gli occhi di tre ragazzi ospiti di una comunità per disabili. Federico, Silvano e Alessio hanno capacità intellettuali troppo limitate per governare appieno la complessità dell’esistenza. Eppure lottano per superare i propri limiti, alla conquista del diritto ad un poco di felicità. Il mondo oltre le mura della comunità protetta è affollato di personaggi che mai compaiono in scena. Conosciamo le loro vicende solo attraverso le voci riportate dei tre protagonisti. Così apprendiamo di arresti, fughe, furti, ricettazioni, tradimenti, incidenti mortali. Fatti che coinvolgono i tre protagonisti loro malgrado, amplificandone le nevrosi e le fragilità. A vivere la vita vera sembra che siano gli altri, i forti, gli intelligenti: i genitori dei ragazzi, gli educatori, i colleghi del magazzino presso il quale fanno un tirocinio lavorativo, i carabinieri che indagano sui furti in quel magazzino, e poi l’inquieta Susanna, la ragazza madre che intenerisce i sogni dei tre, e Giuseppe, il bullo motorizzato che spingerà la commedia verso il dramma. Forse davvero i tre ragazzi vivono attraverso le vite degli altri. O forse, che cosa davvero sia la vita, è questione difficile da decidere. E Palladino, che da artista rielabora così la propria esperienza di educatore teatrale presso una comunità di disabili, ci sfida a cambiare il nostro punto di vista, a guardare le cose cogli occhi dei semplici e a restituire valore e dignità a ciascuna delle possibili, infinite avventure umane.

TREZZA 70 di Sibilla Barbieri

Sicilia, primi anni Settanta. In una cittadina di provincia il tenace Avvocato Masci è impegnato ad organizzare una Rassegna di Arte Contemporanea promossa e finanziata dall’amministrazione comunale. Artisti internazionali si apprestano a rivestire le strade e le piazze di grandi schermi, sui quali verranno proiettate immagini di opere d’arte realizzate in tutto il mondo. Ma uno spiacevole inconveniente intralcia il cauto e prudente lavoro di promozione delle avanguardie artistiche, nel difficile contesto politico e culturale della Sicilia. Tra minacce velate e avvertimenti espliciti, Masci si trova costretto a fare da mediatore tra gli amministratori comunali e il cognato Tanuzzo, che milita contro i tentativi di scempio edilizio delle aree costiere.
Ispirato ad una storia vera, il testo della Barbieri racconta con spietatezza il rapporto tra mafia e politica e l’impossibilità di sottrarsi alle logiche clientelari. L’epilogo è cronaca di una morte annunciata. Nel contesto del dramma, la mostra delle opere d’arte diventa proiezione vuota, accessorio inutile, svago per una società sofisticata e strumento ormai incapace di incidere sulla realtà ed illuminarne le tragiche sorti.
La scrittura è molto strutturata e a tratti ricorda alcuni magistrali dialoghi dei romanzi di Leonardo Sciascia.

 

IL SANGUE DI IMMA di Marcello Isidori

Una giovane donna vive in anonimato in un appartamento al centro di Milano. Ha un cognome troppo pesante da esibire. Da poco è riuscita a trovare un’occupazione soddisfacente e vive una relazione sentimentale. Finalmente tutto sembra normale.  Ma una sera, di ritorno dal lavoro, c’è un ospite inatteso che la aspetta a casa. Sono undici anni che la ragazza non lo vede, undici anni che il padre, latitante di mafia, è scomparso dalla sua vita. Perché si trova lì? Per quale motivo è tornato a sconvolgere di nuovo una fragile esistenza che con difficoltà e dolore è riuscita a costruirsi dopo l’abbandono della Sicilia, della famiglia, degli affetti, dopo la dolorosa scelta della libertà? Agli struggenti ricordi del passato, che la vedono ancora bambina, si intrecciano le richieste del presente. Il padre è lì per un favore che lei gli deve in nome del rispetto e dell’obbedienza. Vano sarebbe il suo rifiuto. Vana la sua pretesa di estraneità.
Alternando il dialogo tra i due protagonisti con la testimonianza diretta di un pentito che a larghe pennellate descrive al pubblico alcuni aspetti, consuetudini e metodi della mafia, Isidori, anch’egli di origini siciliane, esplora il rapporto tra le ragioni della famiglia e le ragioni dello stato, tra la sacralità degli affetti e la difesa della libertà individuale: in un sistema nel quale, soprattutto per le donne, madri, mogli, figlie, la libertà sembra essere soltanto una chimera e il destino una strada obbligata.

 

RISCHI DI FORMA di Bruno Enrico Longhini

Una donna ed un uomo che si sono amati, dopo anni di separazione, incrociano nuovamente i rispettivi destini. Ormai non è più la passione a ricongiungerli, ma il dolore, il rimpianto, la fine della vita. Accanto a loro, a complicare la dinamica dei rapporti irrisolti, si affaccia un’altra coppia: un anziano esteta ed il suo giovane amante.
La capace tecnica narrativa alterna il presente e il passato, così da lasciar emergere e svelare la complessità delle relazioni sentimentali, la fatica che comporta l’essere coerenti con le proprie scelte, il coraggio della verità di fronte alle domande fondamentali: come e perché siamo arrivati fin qui? Abbiamo davvero scelto la vita che ci tocca vivere? O l’abbiamo subita inconsapevolmente?
Rischi di forma è un dramma dialettico che procede per accumulo di temi: l’amore e la morte, appunto. Ma anche la crisi della famiglia, l’eccezionalità e la normalizzazione dei rapporti omosessuali, l’orizzonte delle aspettative che si restringe ogni giorno che passa. L’atmosfera è alla Bergman, il linguaggio risente di qualche letterarietà di troppo ma la struttura drammaturgica è solida e il lettore avverte che ci sono nel testo, nei personaggi, nelle situazioni descritte, parecchie cose che hanno profondamente a che fare con la propria esistenza e col destino di ciascuno.

 

I NEMICI di Francesco Mistretta

Nell’ufficio di una questura italiana si scontrano un giovane manifestante, appena arrestato e un agente di polizia alle prese con il servizio d’ordine pubblico. I disordini sono ancora in atto e fra gli uffici e la piazza incendiata si rincorrono dispacci di battaglia, ordini di ripiegamento e incitamenti all’attacco. Politica e violenza si confondono e creano un clima di insurrezione nazionale. Agenti, funzionari, questori si affannano a coprire di fumo e silenzio atti di aggressività inconsulta, commessi negli scontri. Quando infine, fra gli insorti, ci scappa il morto, l’operazione di rimozione della colpa prende il via. La giustizia e i processi dovranno occultare, non svelare la realtà della violenza di Stato.
Ispirato ai fatti di Genova del luglio 2001, il testo di Mistretta ripropone in termini di stringente attualità i grandi temi della tragedia: il complesso ed ambivalente rapporto tra innocenza e colpevolezza, tra responsabilità individuale e collettiva, ordine e disordine, violenza politica e violenza di Stato.
Uno sguardo lucido sulla contemporaneità che stimola il lettore ad una riflessione profonda sul ruolo della giustizia e sul vero significato del concetto di sicurezza sociale, in un momento storico e politico nel quale l’uso improprio di questi termini è purtroppo all’ordine del giorno.

 

 

 

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